Le guerre di Geronimo

DA UNA VECCHIA FOTOGRAFIA della fine del secolo scorso emerge il volto di un uomo, che ha i tratti antichi di un personaggio senza tempo. La solida architettura del viso, ascetico e cotto dal sole, incornicia uno sguardo velato da una fiera e rassegnata malinconia. La fronte ampia è increspata da rughe profonde, come nei visi fieri e aristocratici dei contadini di una volta. Gli zigomi sono pronunciati nelle guance scavate, il naso è grande, come il mento forte e deciso. La bocca non tradisce incertezze sensuali o emotive: è un lungo e sottile segmento dritto, come la ferita di un pugnale. In poche linee si condensa il riassunto di settantacinque anni, tutta una vita.

“Sono stato lontano dalla mia terra per dodici anni. Gli alberi e i fiumi, le montagne e il deserto si chiedono dove sono andato. Hanno bisogno di me.

Vogliono che torni a casa”. Nel 1898, l’anno in cui fu scattata quella fotografia,

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fu questa la richiesta di Geronimo, l’ultimo grande guerriero apache, l’ultimo capo indiano ribelle. Desiderava tornare, per morire ed essere sepolto nelle montagne dell’Arizona, la terra dei suoi padri per la cui libertà aveva tanto duramente combattuto. Non gli venne concesso. Nel 1905 il feroce divieto venne sancito dal presidente Theodore Roosevelt in persona: fu l’ultima violenza che Geronimo dovette subire, e questa volta non poté reagire. In una notte d’inverno del 1909, mentre tornava dalla città di Lawton, in Oklahoma, Geronimo cadde da cavallo e finì in un fossato: lì rimase sino al mattino seguente, quando finalmente venne soccorso. Quattro giorni più tardi morì di polmonite. Le ultime parole che uscirono dalla sue labbra furono i nomi dei suoi guerrieri, quelli che gli erano rimasti fedeli sino all’ultimo. Molti tirarono un sospiro di sollievo, alcuni lo ignorarono, pochi lo piansero. Ma quel giorno Geronimo varcò i confini della storia del popolo apache per entrare nella leggenda della tradizione pellerossa.

Goyahkla, questo il vero nome indiano di Geronimo, era nato intorno al 1823 nella tribù degli Apache Chiricahua, presso le sorgenti del fiume Gila nel New Mexico occidentale, un territorio che in quegli anni era all’interno dei confini del Messico. L’evento che avrebbe cambiato radicalmente la sua vita si verificò nel 1882 a Janos, una cittadina nella parte settentrionale dello stato messicano di Chihuahua. La tribù apache aveva alle spalle circa due secoli di durissimi scontri con spagnoli e messicani. Tuttavia i Chiricahua avevano trovato un accordo con gli abitanti di Janos per commerciare le pelli nella città, mentre le donne e i bambini si accampavano nei dintorni. Un giorno accadde che un plotone di truppe messicane del vicino stato di Sonora si imbattesse nel campo indiano. Il boccone era troppo ghiotto per lasciarselo sfuggire. Sul terreno rimasero venticinque cadaveri di donne e bambini, un’altra sessantina di persone vennero catturate e vendute come schiavi.

Geronimo, con gli altri uomini, fece ritorno al campo verso sera. Tra i cadaveri riconobbe quelli della madre, della moglie e dei suoi tre figli. Restò annichilito, in piedi, sulla scena del massacro, senza sapere cosa fare. Quel ricordo atroce lo avrebbe accompagnato per tutta la vita, lo riportò alla memoria molti anni dopo, ormai prigioniero, nel corso di un’ennesima intervista. Fu subito dopo quella drammatica esperienza che Geronimo ricevette i suoi poteri sciamanici. Mentre stava piangendo i suoi morti, udì una voce che lo chiamò quattro volte per rivelargli che, da quel momento, le pallottole non avrebbero più potuto ucciderlo.

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Cominciò allora la spietata guerra privata di Geronimo contro i messicani. Li odiò ferocemente per tutto il resto della sua vita, uccidendoli senza pietà ovunque li incontrasse. Il governatore di Sonora arrivò ad affermare, non senza qualche esagerazione, che negli ultimi cinque mesi di libertà la banda di Geronimo, ormai ridotta a soli 16 guerrieri, massacrò tra i 500 e i 600 messicani. E furono proprio le sue prime vittime di lingua spagnola a dargli il soprannome con cui è passato alla storia quando, nel corso di una violenta battaglia, videro il furioso capo indiano passare indenne più volte attraverso nugoli di pallottole per andare a spacciare i soldati messicani con il suo coltello. Alla fine, terrorizzati nel vederlo correre verso di loro un’altra volta senza che i fucili potessero in alcun modo fermarlo, si misero a invocare il nome di San Girolamo: Geronimo, in spagnolo.

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Geronimo, oltre ad essere abilissimo con il coltello, era anche tra i migliori tiratori con pistola e fucile di tutti i Chiricahua ma aveva saputo conquistarsi un ruolo di capo, ascoltato e venerato tra le bande piuttosto anarchiche degli Apache, non solo con il selvaggio coraggio dimostrato in battaglia, ma soprattutto con le sue capacità divinatorie, che gli permettevano visioni di eventi anche molto distanti nel tempo e nello spazio. A tutto ciò si aggiungevano un’acuta intelligenza e un’indole atta a ribaltare le situazioni più avverse che ispirava fiducia e determinazione. Nel frattempo per gli Apache si andavano annunciando tempi duri. Al nemico messicano si era aggiunto anche il “soldato blu” degli Stati Uniti, spinto sempre più a ovest dalla febbrile ansia di nuove terre e nuove ricchezze. In breve gli attriti diventarono scontri, gli scontri battaglie, le battaglie guerra aperta. Nel 1862 l’esercito occupò il terreno dove si apriva la sorgente dell’Apache Pass, una fonte vitale per i Chiricahua. Venne eretto Fort Bowie che divenne subito il centro nevralgico della lotta condotta contro gli Apache di Cochis in rivolta. Dieci anni di guerra senza vincitori né vinti indussero il governo federale alla conclusione che la “soluzione finale” del problema indiano stava nell’allestimento di apposite riserve. Venne così firmata da parte del governo e dei suoi rappresentanti una serie di impegni solenni, destinati però regolarmente a non essere mai rispettati dalle autorità federali. L’olocausto degli Apache era cominciato.

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Nel 1872 ai Chiricahua venne offerta una riserva nell’Arizona sudorientale, praticamente al centro della patria tribale. L’agente per gli affari indiani che organizzò l’intesa si chiamava Tom Jeffords: fu l’unico bianco di cui Cochis si fidò mai. Solo quattro anni dopo il governo degli Stati Uniti si rimangiò l’accordo, licenziò Jeffords e ordinò il trasferimento dei Chiricahua a San Carlos, nel territorio degli Apache occidentali, una tribù tutt’altro che amica dei Chiricahua. Il nuovo agente indiano, Tom Clum, giunse a Fort Bowie e riuscì a convincere circa un terzo della tribù a trasferirsi a San Carlos. Quella stessa notte Geronimo abbandonò la riserva con 700 uomini, donne e bambini che intendevano restare liberi. Fu il generale George Crook il primo a capire che non sarebbe stato possibile avere ragione degli Apache sul loro territorio, men che meno disarmarli in massa. Raggiunse con loro un compromesso: se avessero accettato di portare targhette di ottone con un numero di identificazione personale sarebbe stata loro garantita una certa libertà su tutto il territorio, per muovere il campo e cacciare dove avessero voluto. Era comunque una ben fragile tregua. I margini per un accordo non esistevano, dal momento che entrambe le parti volevano la stessa terra, gli indiani perché era quella dei padri, i bianchi perché erano più forti e numerosi. Nella primavera del 1877 Clum raggiunse Ojo Caliente, nel New Mexico, per spingere gli Apache delle Hot Springs a spostarsi nella riserva di San Carlos. Saputo che l’ormai famigerato Geronimo si trovava da quelle parti, l’agente indiano gli fece avere un messaggio per proporgli un incontro. Geronimo decise di accettare. E mal gliene incolse. Catturato a tradimento nel bel mezzo delle trattative, il capo apache venne incatenato e subito trasferito nella prigione di San Carlos con i suoi guerrieri. Per due mesi, ai ferri, attese di essere impiccato, mentre un’epidemia di vaiolo infieriva tra i suoi uomini prigionieri. Alla fine Clum non riuscì a ottenere dalle autorità di Tucson il permesso di giustiziare Geronimo, per protesta si dimise, e il suo successore liberò il capo chiricahua. Le conseguenze del comportamento di Clum si sarebbero viste nell’immediato futuro. Per sette anni Geronimo rimase libero di muoversi per tutta la distesa di terre che Ussen, il dio degli Apache, aveva affidato alla tribù chiricahua. Si trattava di un vasto territorio che comprendeva l’Arizona sudorientale, il New Mexico sudoccidentale e il Messico settentrionale lungo la spina dorsale della Sierra Madre.

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Tra le montagne Geronimo e la sua banda si sentivano al sicuro. Gole, sentieri, passi, sorgenti e spiriti locali proteggevano la loro libertà. Infatti la scarsezza d’acqua, l’asprezza dei rilievi e le insidie del terreno sembravano promettere ai bianchi solo cactus spinosi e serpenti a sonagli. Gli Apache invece conoscevano ogni centimetro quadrato del suolo che occupavano, potevano percorrere a cavallo sino a 150 chilometri al giorno, superare agilmente montagne dove un passo meno esperto si sarebbe in breve sfinito, rendersi invisibili e muoversi senza lasciar traccia dietro di sé. Ma soprattutto, ammaestrati da un’esperienza millenaria, sapevano trovare acqua e cibo anche in quel deserto dove i “lunghi coltelli” erano condannati a morire di fame.

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Tuttavia, agli inizi degli anni ’80, la pressione dell’esercito federale cominciò a farsi più pesante e Geronimo decise di varcare il confine per trovare un po’ di tranquillità tra gli inaccessibili contrafforti della Sierra Madre. Ma, per la prima volta, venne inseguito dagli uomini del generale Crook, guidati da scout indiani “rinnegati”, anche nel cuore del suo rifugio. Un giorno, mentre si trovava assai lontano dai soldati, Geronimo stava consumando il suo magro pasto quando, improvvisamente, il coltello gli cadde dalle mani. Un’altra visione gli aveva attraversato la mente. Aveva per un attimo scorto nitidamente la gente che aveva lasciato al campo fatta prigioniera dagli uomini di Crook. Così era stato, infatti… L’avanguardia apache del generale aveva attaccato il campo chiricahua, approfittando dell’assenza dei guerrieri per uccidere una decina di uomini e donne e catturare cinque ragazzi. Geronimo e i suoi tornarono immediatamente indietro e si appostarono per alcuni giorni sulle alture che sovrastavano il campo dell’esercito. Una diabolica imboscata fallì grazie all’intuito di Al Sieber, il capo degli scout di Crook. Alla fine, dopo una serie di difficili negoziati, molti Chiracahua accettarono di entrare nella riserva di San Carlos. Geronimo volle invece rimanere libero, ma verso la fine dell’inverno decise di accettare anche lui l’offerta del governo americano e si stabilì a Turkey Creek, nella riserva della White Mountain.

Le autorità federali avevano stabilito che gli Apache sarebbero dovuti diventare agricoltori: molti indiani tentarono volonterosamente di farlo. Ma la violenza che veniva perpetrata a loro danno, per trasformarli da nomadi a sedentari e da cacciatori in contadini, innescava fatalmente una serie di ten

sioni destinate a esplodere con violenza. Geronimo rimase a Turkey Creek per un anno ma alla fine, il 17 maggio 1885, abbandonò la riserva con 145 Chiracahua, uomini, donne e bambini, per continuare a vivere liberamente, alla maniera degli Apache e non degli uomini bianchi. Iniziava così l’ultimo periodo della sua sfida al destino e al progresso, 15 mesi di una lotta epica dall’esito scontato. I cadaveri di 17 bianchi, alcuni orrendamente mutilati, scandirono le tracce della sua fuga verso il Messico. Le atrocità non mancarono, da una parte e dall’altra, come in tutte le guerre indiane, in una catena di sangue che si sarebbe potuta placare solo con la sconfitta definitiva di uno dei due schieramenti in campo. L’esercito si lanciò subito alla cattura di Geronimo, ma la banda chiricahua svaniva sempre come sabbia tra le dita dei soldati. I fuggitivi si dividevano in piccoli gruppi per separare il grosso delle truppe statunitensi facendo poi perdere le proprie tracce sulle rocce delle montagne o nelle acque dei torrenti. Una volta Crook credette di avere finalmente inchiodato Geronimo in un angolo del Messico. Invece il guerriero apache, pur assediato, scivolò di nuovo in territorio nordamericano, risalì di gran carriera sino alla riserva della White Mountain, si riprese una delle sue mogli e la figlia di 3 anni, per poi scomparire di nuovo senza lasciare tracce..

Ma il logorio di una vita sempre in fuga finì per colpire anche la sua banda. Donne e bambini non potevano essere costretti a passare la propria esistenza in quel modo. Nel marzo 1886 Geronimo accettò di incontrare Crook in Messico, al Cañon de los Embudos. Dopo due giorni di trattative decise di arrendersi. Ma all’ultimo momento, ancora una volta, cambiò idea. Con un gruppo sempre più ristretto di seguaci sparì di nuovo, inghiottito dall’immensità del territorio. Crook venne rimpiazzato dal generale Nelson A. Miles, ma i cinque mesi della sua campagna contro i 34 Chiricahua di Geronimo non ottennero alcun risultato. Quello che non fu possibile ai “lunghi coltelli” lo realizzò nei cuori dei duri guerrieri apache la nostalgia delle famiglie lontane. Il 4 settembre 1886, Geronimo incontrò Miles allo Skeleton Canyon, appena a ovest del confine tra Arizona e New Mexico. Si arrendeva all’esercito nordamericano per la quarta volta. Sarebbe stata l’ultima. Secondo gli accordi, i Chiricahua di Geronimo si sarebbero dovuti riunire alle famiglie entro cinque giorni, in una riserva dell’Arizona. Ma Miles aveva mentito. I Chiricahua, troppo ostinati nel difendere la loro libertà, le loro tradizioni e la terra dei loro padri, sarebbero stati puniti dal governo statunitense in maniera esemplare. Tutti, compresi donne e bambini, furono trattati per quasi 30 anni come prigionieri di guerra, sempre lontani dalla loro patria: prima in Florida, poi in Alabama e infine a Fort Sill in Oklahoma. Era il segno di un odio tenace. Che pare inestinguibile, ove si pensi che Ouida Miller, la nipote di Geronimo, riceve ancora oggi lettere minatorie nella riserva Mescalero dove vive. La detenzione dei Chiricahua ebbe infine l’effetto forse sperato. L’olocausto era

compiuto. Quando vennero liberati dai campi di concentramento nordamericani, se ne contarono 265: erano entrati in 1200. Anche per questo, secondo le parole dei suoi amici più fedeli, Geronimo rimpianse sempre amaramente la decisione di arrendersi ai “lunghi coltelli”. Avrebbe preferito continuare a combattere sino all’ultimo nella Sierra Madre, con gli ultimi Chiricahua rimasti liberi. Eppure, al momento della resa, la banda di Geronimo ammontava a 16 guerrieri, 12 donne e 6 bambini. Contro di loro erano scesi in campo 5000 soldati statunitensi e 3000 messicani. Finiva la storia del grande capo apache, e con essa un’epoca, quella della libertà indiana. Nel cimitero di Fort Sill, l’ultimo campo di prigionia dei Chiricahua, sono allineate in file e colonne precise 300 tombe. Al centro si trova quella di Geronimo. Ognuna reca un numero, preceduto da una sigla. È il ricordo delle targhette di identificazione in ottone imposte nella riserva di San Carlos al popolo di Ussen. La vicenda di Geronimo – drammatica, violenta, malinconica e un po’ triste – serve egregiamente come introduzione alla storia dell’Arizona, segnata e forgiata in maniera decisiva proprio dall’incontro e dallo scontro tra civiltà e culture opposte: quella dell’uomo bianco e quella del popolo pellerossa.

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